lunedì 6 novembre 2017

Saturnia grande campo.

Ci si gioca tutto l'anno in un'oasi di verde e natura incontaminata. L'ultima volta in cui ci ho giocato 18 buche il campo era bellissimo ed i green in condizioni perfette. Veramente un posto magico.

Da Golf & Turismo ecco una bella news dedicata:

Una nuova stagione attende i golfisti a Terme di Saturnia!
Tante le possibilità di abbonamento per giocare sul percorso da campionato tutto l’anno
Una grande novità attende i giocatori toscani che decidono di associarsi al Golf Terme di Saturnia. Il circolo grossetano infatti a partire dal 2018 sarà aperto tutto l’anno, anche a gennaio!
Per festeggiare questa importante novità sono state ideate nuove tariffe con piscina inclusa.
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  • Under 16 € 250
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Tel. 0564 600844 – golfclubtermedisaturnia@termedisaturnia.it

mercoledì 1 novembre 2017

Libera nos a U.S.A.

Dal sito massimofini.it

 Ma quante opere di bene dai cinque ex presidenti!

 I cinque presidenti americani che hanno preceduto Trump si sono riuniti per raccogliere fondi per le vittime degli ultimi uragani. Queste ‘Dame di San Vincenzo’ made in Usa avrebbero fatto meglio a contare le vittime civili che hanno provocato durante la loro presidenza e a ripensare ai disastri politici che hanno combinato. Non tutti per la verità. Il democratico Jimmy Carter fu un presidente pacifico e pacifista. Invece l’altrettanto democratico Bill Clinton aggredì la Serbia contro la volontà dell’Onu e senza alcuna seria ragione. La Serbia era alle prese con un conflitto interno: gli albanesi del Kosovo, divenuti maggioranza, avevano creato un movimento indipendentista armato (armato dagli Usa) che come avviene in ogni lotta di liberazione faceva uso del terrorismo, la Serbia difendeva l’integrità dei propri confini. C’erano due ragioni a confronto che avrebbero dovuto essere risolte dai contendenti senza alcun peloso intervento esterno. Invece intervennero gli Usa da diecimila chilometri di distanza e che dopo il tentativo di accordo di Rambouillet, che la Serbia non poteva accettare perché avrebbe significato la sua fine come Stato sovrano, decisero che le colpe stavano solo dalla parte dei serbi, e bombardarono per due mesi quel Paese. Risultati. 5.500 morti civili di cui 500 erano albanesi cioè proprio coloro che si pretendeva difendere. Oggi il Kosovo è ‘libero’, ma al prezzo della più grande pulizia etnica dei Balcani: dei 360 mila serbi che vivevano in Kosovo ne sono rimasti solo 60 mila. E’ vero che oggi in Kosovo gli americani hanno la loro più grande base militare al mondo, ma in questo modo hanno favorito, contro la Serbia ortodossa di Milosevic che faceva da ‘gendarme’ dei Balcani, la componente musulmana dove oggi sono ben incistate cellule Isis, mentre la criminalità comune (droga, traffico di armi e di esseri umani) è aumentata in modo esponenziale. Inoltre dopo il precedente del Kosovo, che dagli Stati Uniti è lontanissimo, riesce un po’ difficile contestare alla Russia di essersi annessa i territori russofoni ai suoi confini.
Qualche attenuante ha invece Bush senior, repubblicano: Saddam Hussein aveva aggredito il Kuwait, Stato sovrano rappresentato all’Onu (anche se, per la verità, il Kuwait è uno Stato fantoccio creato dagli Stati Uniti nel 1960 per i loro interessi petroliferi). Le perplessità, per chiamarle così, vengono dal modo in cui gli americani condussero quella guerra. Invece di affrontare fin da subito, sul terreno, l’imbelle esercito iracheno che era stato battuto persino dai curdi e per salvare il rais di Bagdad dovette intervenire la Turchia (e quanto imbelle sia questo esercito lo si è visto anche di recente a Mosul e a Raqqa) bombardarono per tre mesi Bagdad e Bassora facendo 157.971 vittime civili di cui 32.195 bambini.
E’ stato poi il figlio George W. Bush, repubblicano, a inventarsi la teoria totalitaria che gli Sati democratici avevano non solo il diritto ma anche il dovere di esportare, a suon di bombe, la democrazia in quelli che democratici non erano. La guerra all’Afghanistan talebano è stata, e continua a essere, una guerra puramente ideologica. C’era stato, è vero, nel frattempo l’11 settembre. Ma i fatti hanno poi dimostrato in modo inequivocabile che i Talebani con l’abbattimento delle Torri Gemelle non avevano niente a che fare. La teoria Bush si è poi estesa all’Iraq (2003) e col democratico Obama alla Libia (2011). In Iraq le conseguenze, umane e politiche, sono state devastanti. I morti causati, direttamente o indirettamente, dall’intervento americano vanno dai 650 ai 750 mila. Inoltre gli americani, che avevano sempre combattuto gli iraniani e che nella guerra Iraq-Iran erano intervenuti per impedire agli uomini di Khomeini la vittoria che si erano conquistati sul campo, con la guerra all’Iraq hanno consegnato agli iraniani, che non hanno dovuto sparare nemmeno un colpo, tre quarti dell’Iraq. La tragedia libica, Obama presidente, è sotto gli occhi di tutti.
In Siria c’era una rivolta contro Assad. Anche qui, come in Serbia, era una questione interna a quel Paese. Sono intervenuti gli americani, con i soliti bombardieri e droni, il che ha permesso ai russi di inserirsi nel conflitto. I morti di questa tragedia li conteremo alla fine se avrà una fine.
L’avventurismo americano è stato seguito con fedeltà canina dagli europei (con qualche eccezione: Angela Merkel) e si è rovesciato puntualmente sul Vecchio Continente. L’aggressività americana nei confronti del mondo musulmano ha partorito l’Isis che nonostante le sconfitte a Mosul e a Raqqa non è affatto finito, è anzi più pericoloso che mai per noi europei perché i foreign fighters stanno rientrando. Inoltre è sulle coste del Vecchio Continente, in particolare quelle italiane, che si riversa parte dei migranti che fuggono dalle guerre innescate dagli Stati Uniti. Se i presidenti americani che si sono riuniti per fare le ‘anime belle’ siano più cinici o più cretini non sapremmo dire. Quel che è certo è che noi europei siamo stati solo cretini.
Massimo Fini
Il Fatto Quotidiano, 27 ottobre 2017

giovedì 30 giugno 2016

Dal Fatto Quotidiano:
http://www.ilfattoquotidiano.it/premium/articoli/dai-rifacciamo-anche-il-referendum-del-46/

Brexit e voto responsabile: dai, rifacciamo anche il referendum del ’46

Massì dai, rifacciamo il referendum. Non piace l’esito? Riprova, sarai più fortunato. Da giorni sentiamo parlare di una raccolta di firme con cui un milione, poi due, poi tre di cittadini inglesi chiedono di rivotare con nuove regole per la Brexit. La petizione (di cui già 77mila firme sarebbero state invalidate) era stata lanciata tempo fa – ironia della sorte – da un fautore del Leave che temeva un esito non in linea con le sue convinzioni. Ovviamente non si rifarà alcunché – ridicolo solo pensarlo – ma la notizia viene data con evidenza perché sarebbe inequivocabile segno di ravvedimento dopo le reprimende internazionali: hanno sbagliato, ma sono pronti a pentirsi e genuflettersi (dieci Pater e cinque Ave).
Passando in rassegna le articolesse degli inviati nelle famigerate zone rurali responsabili della “catastrofe” (contadini che solo ora si domandano sgomenti “ma cosa abbiamo combinato?”) e gli editoriali indignati di commentatori a cui pare abbiano assassinato un congiunto, lo scenario è quello di una guerra mondiale. Anzi siamo già al genocidio: un’intera generazione è stata uccisa nelle urne. È tutto un parlare straziato di fine del sogno, di vecchi vendicativi e nostalgici, giovani rovinati: addio Interrail, addio Erasmus. Quando la formula di viaggio riservata agli under 21 fu inventata nel 1972, si poteva viaggiare per l’Europa in Paesi che all’epoca non avevano ancora aderito alla Cee. E al programma di mobilità studentesca che consente di fare un periodo di studi legalmente riconosciuto all’estero aderiscono anche Turchia, Islanda e Norvegia che non fanno parte della Ue. Bisognerebbe poi chiedere a Romano Prodi come abbia fatto, all’alba degli anni Sessanta, a perfezionare i suoi studi alla London School of Economics. Si sarà imbarcato come mozzo su una nave? Avrà falsificato i documenti?
Al di là del folklore, è inaccettabile il tentativo di delegittimare il voto, con la scusa della presunta difficoltà del tema: argomento troppo complesso per darlo in pasto ai bifolchi delle contee che vanno alle urne con la vanga e imbrattano la scheda con le mani sporche di terra. Facciamo così: per evitare “l’abuso populistico della democrazia”, rifacciamo tutto da capo. E in cabina elettorale sono ammessi solo i lavoratori della City, i residenti a Myfair, i contribuenti con più di un milione di sterline di reddito, i certificati sostenitori del Remain.
Oppure torniamo ai vecchi tempi, quando in Italia (fino a un secolo fa) votavano solo i maschi abbienti e poi i maschi che sapevano leggere e scrivere. Il suffragio universale lo conosciamo da poco: nel ’46, al referendum istituzionale, andarono alle urne per la prima volta anche le donne. Potremmo rifare anche quello: l’organizzazione dello Stato è certamente materia troppo complessa per farla valutare a un popolo (ai tempi analfabeta al 60%). Chi erano quei poveracci dei nostri nonni per cacciare un Re (un Re, mica un usciere) e scegliere la Repubblica? Ora siamo chiamati (in ottobre, ma forse in novembre o forse in dicembre) a un altro referendum, piuttosto tecnico, che modifica 43 articoli della Costituzione su materie decisamente complesse. Che poi: se la Carta del ’47 fu scritta in maniera chiara apposta per essere compresa da tutti, quella nuova è scritta apposta perché le persone non capiscano. Tra una complessità e un tecnicismo, ci sarebbe un piccolo particolare: se passa non votiamo più al Senato. Pazienza, che vuoi che sia. Facciamo votare solo i laureati in Legge? Eh no perché “la riforma è problema troppo serio per essere affidato ai soli costituzionalisti”, come ha scritto Michele Salvati sul Corriere. Facciamo così: abilitati solo i giuristi della maggioranza Pd (giureconsulti del calibro del ministro Boschi).
I governi, dicono, esistono apposta per decidere sulle questioni complesse, che la plebe ignorante ignora. Dunque poniamo che due secoli di lotte sindacali e diritti sociali venissero (è una pura ipotesi, naturalmente) cancellati d’un tratto perché così decide, mettiamo, la finanza internazionale: la plebe non avrebbe diritto di parola. Se il lavoro, la salute, l’istruzione non fossero più diritti garantiti, i popoli dovrebbero educatamente soprassedere. Se hanno davvero fame, gli daremo delle brioche. Il vero punto però è prima del merito: è accettare o no i meccanismi democratici. Il passo successivo all’isteria cui stiamo assistendo è il governo degli ottimati, che oggi chiamiamo tecnici (ai quali dobbiamo capolavori tecnici come i 300mila esodati dimenticati dalla legge Fornero). È incredibile che a dare questa prova di razzismo contro i vecchi, retrogradi, inabili al voto (chi sono gli inglesi per decidere del loro destino? Mica vorranno dare lezioni di democrazia?) siano gli stessi a cui viene l’orticaria al solo nominare Salvini. Vuoi vedere che gli intellettuali illuminati e progressisti hanno scoperto che il governo del popolo puzza di popolo? Che schifo.
di | 28 giugno 2016

giovedì 19 maggio 2016

Massimo Fini ha sempre ragione

 

http://www.massimofini.it/articoli/il-ventennio-e-le-citta-linsulto-automatico-di-tutt-erba-un-fascio 

Il Ventennio e le città. Linsulto automatico di tutt'erba un fascio

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Alfio Marchini, candidato a sindaco di Roma per il centrodestra, ha affermato che Benito Mussolini fu un grande urbanista. I soliti ‘trinariciuti’, per usare un’espressione di Guareschi, l’han subito bollato come ‘fascista’. Che il fascismo abbia avuto una valida urbanistica è fuori discussione. C’è stata un’urbanistica sociale durante il Ventennio di cui fan fede, per esempio a Milano, le case per i maestri con facciate in bugnato e i giardini dietro. Il fascismo voleva dare dignità all’istruzione e quindi anche i semplici maestri dovevano avere una sistemazione adeguata. Oggi quelle case sono di gran pregio. Lo stesso si può dire per le case dei ferrovieri, su tre piani e con un grande giardino che nel dopoguerra furono abitate dai giornalisti formando il cosiddetto ‘villaggio dei giornalisti’. Sempre a Milano fu costruita una piscina popolare, a prezzi contenutissimi, come la Cozzi. E per stare nell’architettonico quasi davanti a casa mia c’è la Stazione Centrale che quando ero ragazzo consideravo un monumento al kitsch e che invece è stata poi imitata da molte città europee. Lo stesso, o quasi, si può dire per la Casa della Cultura nel quartiere dell’Eur di Roma, Casa e quartiere ideati e costruiti anch’essi dal fascismo che ebbe uno stile architettonico inconfondibile, a differenza dell’accozzaglia che è venuta su nel dopoguerra.
C’è poi la legge a tutela di Firenze, contro la speculazione edilizia che ne ha salvato la compattezza, a differenza, poniamo, di quanto è successo nel dopoguerra per un’altra grande città d’arte come Roma. Ci sono le bonifiche dell’Agro Pontino con casali e terreni disegnati a regola d’arte per l’insediamento dei contadini fatti venire dal Friuli, dal Veneto, dal delta del Po (si legga in proposito il libro di Antonio Pennacchi Canale Mussolini). C’è la costruzione ex novo di città di media grandezza come Littoria, oggi Latina, o la valorizzazione di Pescara da piccolo borgo a città o la disseminazione sul territorio agricolo di altri piccoli centri. E si potrebbe continuare. Anche su altri piani. L’IRI fu un’intelligente risposta alla crisi del ’29 che l’Italia riuscì di fatto a non subire (è anche vero che la globalizzazione non era quella di oggi) e non è colpa del fascismo se nel dopoguerra l’IRI diventerà un immondo carrozzone in prevalenza democristiano ad uso clientelare. C’è il tentativo, difficile, di conservare parte della struttura agricola del nostro territorio (‘la battaglia del grano’) senza con ciò ostacolare l’inevitabile progresso industriale. Una politica che se proseguita nel dopoguerra, invece di costruire cattedrali nel deserto, ci tornerebbe oggi molto utile dal momento che è evidente che un ritorno alla terra, sia pur non con i buoi e l’aratro a chiodo, si presenta sempre più necessario. Insomma il fascismo ebbe un’idea di Stato e di Nazione che cercò di perseguire con coerenza, idea che manca completamente alle classi dirigenti di oggi siano esse di sinistra o di destra.
Ma non è mia intenzione fare qui, nemmeno a volo d’uccello, la storia del fascismo nei suoi aspetti positivi e non solo in quelli, ampiamente noti, negativi e inaccettabili (le leggi razziali, l’entrata in guerra impreparati, la sconfitta, la creazione della Repubblica di Salò che pose le basi della guerra civile). Quello che mi preme sottolineare è che il fascismo godette di un vastissimo consenso, per lunghi anni sincero, e questo non lo dico io ma l’ha scritto già nel 1974 lo storico Renzo De Felice. Ora, usare il termine ‘fascista’ (inteso in senso storico e non antropologico) come un insulto e considerare il fascismo (storico) solo una serqua di nefandezze fa torto alla nostra intelligenza. Vorrebbe dire che tutti i nostri padri o nonni sono stati dei manigoldi, mentre noi siamo delle ‘anime belle’ solo perché viviamo in una democrazia, vera o presunta. Le cronache dell’ultimo quarantennio per non parlare di quelle di questi anni, mesi e giorni, lo smentiscono brutalmente.
Massimo Fini
Il Fatto Quotidiano, 15 maggio 2016

mercoledì 18 maggio 2016

stupendo pezzo su l'intellettuale dissidente...

http://www.lintellettualedissidente.it/letteratura-2/maurizio-makovec-e-il-nostro-celine/

Maurizio Makovec è il nostro Céline

Il romanzo arrabbiato della (de)generazione dei figli del benessere è da anni tra gli scaffali delle distratte librerie italiane. E nessuno se n’è accorto. Al diavolo l’America, la destra e la sinistra, il baronismo universitario, l’Italia eternamente serva dello straniero, sempre corrotta e faccendiera. Al diavolo il consumismo, i genitori, l’università, il lavoro fisso, le vallette e la televisione. È arrivato Makovec, il Céline italiano!
di - 18 maggio 2016

lunedì 12 maggio 2014

Bellissimo articolo su Vitertbo e i suoi bagni termali:

http://www.italymagazine.com/news/best-kept-secret-viterbos-thermal-baths


Best-Kept Secret: Viterbo's Thermal Baths
Barry Lillie | Sunday, April 27, 2014 - 08:30
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If one day you find yourself travelling south from Florence to Rome, or vice versa, make time to take in the town of Viterbo. Two-hours from Florence and one and a half from Rome, Viterbo is a good place to stopover for some serious relaxation.
During the second half of the 13th century, following the expulsion of the popes from Rome, the town became the papal seat and well worth a visit is the Palazzo dei Papi, where, in 1268, following the death of Pope Clement IV, the longest papal election took place. During the three-year election, mostly due to in-fighting, one cardinal resigned and a further three died during the process.
Next to the Palazzo is the Duomo of Santa Maria Nuova, where Saint Thomas Aquinas once preached from the outdoor pulpit; the Cosmatesque marble floor of the Duomo is worth taking a few minutes out of your schedule to see.
Following the departure of the papacy, the town succumbed to the Black Death losing two-thirds of its population and, in 1349, it was struck by a major earthquake; eventually it declined in importance and today it’s the place where Italy’s gold reserves are stored. But despite its chequered history, it has always had a resource that keeps bringing visitors back time and time again.
A few kilometres away is lago di Vico, a caldera lake situated in the basin of the Vico volcano. The lake feeds one of Italy’s most important thermal areas whose epicentre, Bullicame, was described by Dante Alighieri in his epic poem, "The Divine Comedy":  "As from the Bulicame [sic] springs the brooklet, the sinful women later share among them, so downward through the sand it went its way." (Inferno, Canto XIV.)
This band of sulphurous-sulphate and alkaline thermal springs that cover over 12km were well known to the Etruscans; at its source, the water temperature is between 58° and 66° C, subsequently the Romans revelled in its therapeutic properties. The ruins of several Roman water-works and luxurious bath-houses can still be found today.
The water feeds several pools and is said to cure many ailments including skin conditions like psoriasis and eczema. The mud below the surface is mineral rich and is used in both therapeutic and beauty treatments, meaning several commercial spas have been built to cater to the influx of tourists, with some costing as little as €12 per person per day*.
For those wanting a less formal affair, there are many free areas for bathing and swimming. These natural bathing spots include the famous Bullicame spring and the popular Piscine Carletti, located a mere 2km from the town centre. Also worth a visit is The Bagnaccio baths, which are positioned 8km northwest of Viterbo; these baths are situated on what was the ancient via Cassia on the road to Montefiascone, and the site is still marked by the Roman ruins of Baccucco.
All of the free bathing areas have substantial parking areas, but no security services, so remember to lock all valuables out of sight whilst enjoying the water and returning rejuvenated.
*Prices for commercial spas will vary.
- See more at: http://www.italymagazine.com/news/best-kept-secret-viterbos-thermal-baths#sthash.PEFh3jgB.dpuf

domenica 27 aprile 2014

lunedì 12 marzo 2012

Intervista a ITALO ARIETI

Uscita su "Il Nuovo Corriere Viterbese"


Nome: ITALO
Cognome: ARIETI
Nato: 10 ottobre 1933 a Tuscania (VT)
Titolo di Studio: Laurea in Medicina conseguita alla Sapienza di Roma. Specializzato in Pediatria.
Stato civile: Coniugato con due figli e quattro nipoti.
Attività: Medico in Ospedale e Pediatra.
Incarichi politici: Assessore al Comune di Viterbo. Presidente dell’Ente Provinciale del Turismo. Presidente dell’Istituto Autonomo Case Popolari. Membro dell’Assemblea del Consorzio per la promozione dell’Università della Tuscia

Intervistare il Dott. Arieti sulla politica viterbese è un bel viaggio nella memoria cittadina oltre che un’occasione più unica che rara: è praticamente l’unico esponente di spicco della Tuscia di quello che fu il Partito Socialdemocratico. È però forse anche un’occasione di evasione, perché alla fine più che di politica verrebbe voglia di parlare di cucina, la grande passione di Arieti che lo vede attivissimo animatore del sito Tusciaintavola oltre che famoso autore di questo settore – conosciuto per il volume “Tuscia a Tavola. Ricette, curiosità, tradizioni gastronomiche della provincia di Viterbo”, giunto addirittura alla settima edizione. Insomma, è probabilmente il massimo esperto sull’argomento, oltre che autore anche di un libro “Erbe della Tuscia nel piatto”, di culto per gli amanti del genere. “È la mia vera passione, i miei libri sono frutto di anni di ricerche e lavoro” afferma quasi alla fine dell’intervista, peraltro all’ora di pranzo di una sabato mattina estivo. Siamo a casa sua: spero di veder uscire dalla cucina un piatto fumante di lombrichi alla vitorchianese ma purtroppo è solo un’immaginazione frutto dell’ingordigia. Andrà bene, un’ora dopo, la caprese di mia moglie.
Ma partiamo dagli inizio.

Come nasce la sua passione per la politica?
“All’Università a Roma. Erano gli anni ’50, quando esistevano quattro gruppi politici, quello dei Comunisti, dei Fascisti e dei Democristiani e quello nostro”.
Voi chi eravate?
“Eravamo un’associazione di laici che si ispirava a PSI, PRI e PLI: erano i nostri partiti di riferimento. Ricordo bene anche la figura di Marco Pannella.
Partecipavate alla vita Universitaria?
“Certo ed anche alle elezioni per la gestione dell’Università stessa. Mi candidai pure io”.
Poi ci fu la scissione socialista.
“Purtroppo. Nenni decise di aderire al Fronte Popolare con i comunisti e questo portò alla divisione del partito ”.
Quale era la sua posizione?
“Io, come gli altri socialdemocratici, non ho mai condiviso l’utopia comunista, questo al di là dei fatti storici, di Stalin, dei gulag, della Cambogia ecc… ”
Quale il suo rapporto con i comunisti e i socialisti?
“Non sono mai stato contro i socialisti, anche quando loro erano con i comunisti. Anzi ho sempre lavorato con passione per l’unità socialista. In quegli anni per noi giovani la politica era una cosa seria. C’era la battaglia per le idee, certo, le ideologie erano forti e radicate ma si lottava sempre con grande rispetto per tutti.
Non è cosi per tutti però?
“No, soprattutto oggi”.
Alla fine dell’Università iniziò a lavorare come medico?
“Si, mi laureai alla Sapienza e dopo rimasi a Viterbo. Dapprima feci l’Ufficiale medico al CAALE come servizio militare e poi entrai in ospedale: quello noto come ospedale vecchio, a fianco del Palazzo dei Papi. Eravamo alla fine degli anni ‘50”.
Che ambiente era?
“Un ambiente che a raccontarlo oggi non ci si crede. Era semplicemente una scuola che serviva per fare il medico condotto, ma consideri che c’erano solo i reparti di Medicina e quello di Chirurgia, si faceva di tutto. Non c’era neanche l’anestesista, anche a quello dovevamo pensare noi. Però feci una grande esperienza sul campo e nell’occasione ebbi modo di conoscere Saragat.
Perché Saragat?
“Perché il figlio ebbe un incidente stradale presso Viterbo e fu ricoverato da noi. Io ero l’unico medico socialista riformista e così lo frequentai e diventammo amici. Fui anche invitato a casa loro. La prima cosa che mi disse il figlio era di non chiedere favori al padre, non l’avrebbe sopportato”.
Che tipo era Saragat?
“Una persona seria, un grande politico che ho sempre stimato molto.
Intanto a Viterbo prosegue l’attività politica.
“Si certo, con grande passione. Ero corrispondente de “La Giustizia”, il giornale della Socialdemocrazia e ho ancora la tessera della mia appartenenza alla Federazione Giovanile socialista ”.
Quali i suoi compagni di partito?
“Di molti non più in vita ne conservo un affettuoso ricordo. Il più importante per me fu Santo Di Gregorio, oggi purtroppo scomparso anche lui, mio carissimo amico e maestro, persona degnissima che mi sostituì nel mio incarico di Assessore Comunale”.
Quando venne eletto in Comune?
“Nel 1964, nominato Assessore alla Sanità: incarico scomodo che molti non volevano perché non c’era nulla da mangiare ma solo da cancellare la gente dall’elenco dei poveri con evidenti ripercussioni elettorali negative”.
Insomma, incarico che non la gratificava?
“Infatti dopo due anni l’ho lasciato per tornare a dedicarmi a tempo pieno al lavoro di medico, la mia missione, la mia professione, oltre al fatto che nelle lunghe sedute consiliari si perdeva molto tempo in chiacchiere inconcludenti ”.
Però poi sono arrivati alcuni incarichi prettamente politici.
“Si, sono stato nominato Presidente dell’Ente Provinciale del Turismo: un’attività che mi ha dato grande soddisfazione, alla quale sono rimasi legato anche per l’intensa attività culturale che ne derivava”.
Cosa vuole ricordare delle cose fatte per la Tuscia?
“Ce ne sono tantissime. Dalla creazione rivista Tuscia che suscitò molto interesse, promossi la nascita del Festival Barocco, del Centro Studio del Teatro medievale e rinascimentale, del Laboratorio di Restauro di Viterbo nel complesso di San Carlo, che passai alla Provincia che aveva ereditato la villa Rosi. Ho organizzato la Prima Mostra dell’Antiquariato nell’ambito della prima settimana Medioevale”.
Come era distribuita “Tuscia”?
“Nata nel 1973 era inviata gratuitamente ai giornalisti e a tutti gli enti del turismo d’Italia. Ma oltre alla rivista iniziai la pubblicazione di una serie di volumi sulla storia, l’archeologia ed il turismo nella nostra provincia”.
Ovvero?
“Per esempio La collana “I documentari” pubblicata in collaborazione con la De Agostini che ha avuto molto successo e si vende ancora oggi. Sono monografie sulla nostra terra di grande qualità praticamente tutte autofinanziate. Consideri che io essendo stato il primo presidente dell’EPT nominato di nomina regionale, trovò le Regioni impreparate a finanziare questi nuovi Enti, prima dipendenti dal Ministero, per cui c’erano appena i soldi per pagare i dipendenti. Consideri che io non ho mai avuto a disposizione né un’auto dell’Ente, né un autista”.
Dopo 6 anni, nel 1979 lei lascia l’EPT.
“Mi fanno fuori. Forse avevo fatto molte cose e alzato troppo la testa e il PRI rivendicò l’assegnazione dell’Ente e fu assecondato”.
Dopo qualche anno però, nel 1985, arriva un altro incarico figlio della politica: la Presidenza dello IACP.
“In realtà sarebbe dovuta andare ad un esponente del PCI ma l’onorevole Gigli fece il mio nome: in pratica fu una nomina che mi cadde addosso in chiave anticomunista a cui andò così la vicepresidenza”.
Che esperienza fu?
“Un’esperienza negativa. Provai a cambiare qualche cosa ma fu tutto inutile: certi sistemi consolidati erano immutabili, come un muro di gomma, per cui mollai tutto dopo due anni e passai nuovamente al lavoro in Ospedale e mi dedicai come passatempo al settore enogastronomico, creando una Delegazione dell’Accademia Italiana della Cucina.
Fu l’ultima esperienza politica significativa?
“In effetti lascio la politica attiva nel 1987, prima di Tangentopoli. In realtà abbandono la militanza ma non l’iscrizione che ho conservato fino alla fine.
Ci fu poi un ritorno di fiamma e lei si candidò anche a Sindaco.
“Tanti anni dopo nel 2001: fu una candidatura per così dire di testimonianza senza nessuna consapevole possibilità di vittoria. Fu con lo SDI dopo che tangentopoli aveva spazzato via molti dirigenti socialisti, anche quelli viterbesi che non avevo molto amato. Vinse facilmente Gabbianelli ma fu soltanto l’ultimo tentativo per dimostrare che i socialisti esistevano ancora ”.
Come giudica Craxi e tangentopoli?
“Craxi politicamente lo stimavo, aveva grandi doti. Certo ci fu corruzione ma non certo per fini personali come si usa oggi, semmai per fini politici, di partito e di potere al suo interno. Come non ricordare quei congressi faraonici certamente molto costosi. Ma oggi è ancora peggio, anche se esiste un generoso finanziamento da parte dello Stato: la politica è sempre più corrotta, viene fatta solo per fini di arricchimento personale e per la gestione delle clientele, fondamentali per la conservazione del potere”.
Domanda di rito, meglio la Prima o la Seconda Repubblica?
“La Prima che identifico però con politici come Nenni, Saragat, Togliatti, Malagodi, Reale, De Nicola, Pertini, De Gasperi: per me sono loro la prima Repubblica, loro che erano veramente gente per bene“.
E la Seconda?
“Preciso che non ho mai votato per Berlusconi: però mi dà fastidio questo continuo accanimento contro di lui, questo volergli entrare nel letto. Resta il fatto che non lo stimo per il suo comportamento inadeguato alla sua posizione, non ha la stoffa di uno statista: è un imprenditore che con gli aiuti ottenuti in passato ha dimostrato di saperci fare come imprenditore. Il mio ideale di statista ha tutt’altra sobrietà: dovrebbe rappresentare la nazione in maniera diversa, lasciando da parte gli interessi personali e il resto .
Ora vota e per chi?
“L’ultimo voto l’ho dato allo SDI ma a volte ho votato per i radicali ”.
Chi è stato per lei il miglior Sindaco di Viterbo?
“Io sono stato assessore con il democristiano Benigni: una persona in gamba e preparatissimo. Smise presto con la politica, quando avrebbe potuto fare ottime cose ancora per Viterbo. Devo dire. però, che anche Gigli per certi versi ci ha saputo fare”.
Cosa farebbe per la Viterbo di oggi?
“Per molte cose è ormai tardi, i treni sono passati, soprattutto quello delle Terme, mentre l’aeroporto è progettato sulle nuvole, per cui ritengo che Viterbo debba proporsi come “capitale della Tuscia” puntando sulle risorse che può ancora offrire tutto il territorio provinciale.
Si spieghi?
“Per l’agricoltura deve mirare alla qualità dei prodotti, oggi merce rarissima, come pure su un turismo stanziale (non quello del mordi e fuggi), che interessi tutto il territorio provinciale, con le varie ricchezze sfruttabili ancora oggi, come il lago, i boschi, i tesori artistici, imitando la nostra grande rivale, la Toscana. Allora non ci riuscii per mancanza di fondi, oggi credo sia altrettanto dura”.
Favorevole alla chiusura del Centro Storico?
“In parte si: per la Viterbo medievale certamente, per la zona di Via Marconi no”.

Italo Arieti: quello che fu uno dei pochi socialdemocratici del viterbese ora è ben più famoso per le sue conoscenze culinarie che per la sua storia politica. Un rimpianto? Personaggi del genere avrebbe potuto dare di più ma il sistema dei partiti li ha stritolati.

MAURIZIO MAKOVEC
makcomunevt@yahoo.it




sabato 24 settembre 2011

domani Pio Marcoccia sul Nuovo Corriere

Domani su "Il Nuovo Corriere" intervista esclusiva ed inedita a Pio Marcoccia.
Da non perdere, non mancano chicche e pungolature

giovedì 25 agosto 2011

OSVALDO ERCOLI: intervista Uscita sul Nuovo Corriere Viterbese

Nome: Osvaldo
Cognome: Ercoli
data di nascita: 30 gennaio 1930
dove: Valleranno (VT)
stato civile: coniugato con Maria Virgini; 3 figli e 6 nipoti.
titolo di studio: Laurea Scienze Matematiche alla Sapienza di Roma.
Militanza Politica: Fino agli anni ’70 nel Msi, poi nei Verdi per i quali è stato Consigliere Comunale a Viterbo e Provinciale.

Incontro il Professor Ercoli nello studio di casa sua nel primo pomeriggio di un sabato piovoso. Mi riceve con grande cordialità in camicia verde che quasi sembra un leghista, battuta che gli faccio.
“Mai stato uno estimatore della Lega. Io sono da sempre, sin da ragazzo, un ambientalista convinto: quello dell’ecologia, del rispetto della natura e degli animali, è una tema che sento profondamente”, afferma.

Come Massimo Fornicoli, suo illustre concittadino.
“È vero, so che spende gran parte del suo tempo in difesa e per la cura degli animali”.

Molti non lo sanno ma nel Movimento Sociale Italiano c’era una bella tradizione ecologica, soprattutto nell’area cosidetta rautiana. Quella che impazziva per il Signore degli Anelli, icona anche ambientalista di molte generazioni di giovani.
“Altra importante verità: purtroppo la tradizione di destra ecologica si perse appena l’MSI si mise a tavola”.

Perché uscì dal partito?
“Quando ci fu il referendum per il divorzio”.

Lei era favorevole?
“Ovviamente! Per me la famiglia è fondamentale ed è importantissima nella mia vita. Ma come si può pensare che due persone se non vanno d’accordo devono per forza restare insieme tutta la vita? E’ un’assurdità”.

E invece Almirante si schierò contro il divorzio.
“E già! La fece troppo grossa: si schierò con la DC, con Fanfani e la Chiesa. Mi dimisi scrivendogli una letteraccia”.

Una vicinanza pericolosa quella dell’MSI con la DC.
“Altro che opposizione: a distanza di tanti anni si capisce bene. L’Msi, quando è servito, è sempre stato la stampella della Democrazia Cristiana purtroppo. Tante volte hanno votato per proteggere o assecondare Andreotti”.

Ma perché lei entrò nel Movimento Sociale?
“Fondamentalmente per anticomunismo. Nel 1945-1946 vidi le loro malefatte, le loro violenze, la loro intolleranza, i loro soprusi anche in un paesino come Vallerano. Mio padre era morto, noi eravamo 5 figli abbastanza benestanti: ci davano sempre addosso, ci rubavano la notte…”

Poi però militando nei verdi è stato alleato della sinistra e anche degli ex-comunisti.
“Dopo, con gli anni, ho saputo distinguere tra comunismo reale e di pensiero. Oggi è tutto diverso anche se non digerisco quelli che al tempo appoggiarono le invasioni dell’Ungheria e della Cecoslovacchia. A cominciare da Napolitano”.

Chi erano i suoi compagni missini di allora?
“Gemini, Soggiu, Gabbianelli, Signorelli…”

Oggi tutti vicini alla destra berlusconiana.
“Hanno preso la strada della politica di convenienza: francamente proprio non riesco a capire come facciamo a sostenere Berlusconi. Mi sembra una scelta contronatura”.

Non è mai stato sforato dall’idea?
“Mai! Ma proprio mai. Per me è inconcepibile. Lo dico sinceramente: proprio non capisco come si possa sostenere una figura del genere”.

Con Gabbianelli fu Consigliere Comunale al tempo dei Verdi.
“E lui faceva della belle e dure battaglie contro la DC, poi vedo che col tempo ha lasciato correre”.

Ora vota ancora?
“Sempre. Spesso per i radicali e le loro liste”.

Perché?
“Hanno le loro manchevolezze ma combattono sempre con serietà per problematiche civili che sento molto”.

Perché in Germania i Verdi sono una realtà importante e decisiva della politica e in Italia no?
“I Verdi in Italia sono come tutti i partitini: in fila per aspettare il loro pezzettino di torta. Per questo litigai con Bonelli inviando una lettera dimissioni”.

In che senso?
“Per realpolitik: volevano che a Viterbo appoggiassi Fioroni. Per carità. Io che per 50 anni avevo combattuto il potere della DC. Gli risposi che se volevano fare la politica dei democristiani allora io non ci stavo più. Ma ci fu altra cosa che non mi andò giù”.

Ovvero?
“Marino, il figlio dell’ex-prefetto. Volle fare il nostro portavoce. Per me andava bene. Poi scoprii dai giornali che dopo una politica di spartizione dei posti era stato nominato allo IACP in quota Verdi senza che io sapessi nulla. Mi arrabbiai: sia chiaro, non era poltrona che volevo per me, ma volevo almeno partecipare alla decisione su chi darla”.

Ora è iscritto ai Verdi?
“No, sono iscritto al Partito Radicale Transnazionale: ne condivido le lotte e lo spirito non-violento”.

È favorevole alla legalizzazione delle droghe leggere?
“Certo! E anche alla regolazione libera di quelle pesanti. È molto meglio e poi tutte le campagne proibizioniste sono state storicamente fallimentari e vanno solo a vantaggio della criminalità”.

Oggi voterà per i referendum?
“Certo, 4 SI senza neanche pensarci: mi sembra così ovvio”.

Cosa farebbe per Viterbo se oggi fosse sindaco?
“Per prima cosa gestirei la cosa pubblica come se fosse privata: con la stessa cura e attenzione, mentre in Comune spesso si tende a sprecare i soldi e a tirare a campare. Tra le varie cose poi farei la scala mobile da Faul al Duomo”.

E chiuderebbe il centro storico alle auto?
“Si ma prima vanno fatti i parcheggi. Già se ne parlava quando ero consigliere comunale ma è stato fatto solo quello del Sacrario estemporaneamente perché veniva il Papa”.

Meglio la Prima o la Seconda Repubblica?
“Non vedo grandi differenze. Ora ci sono porcherie più grosse perché c’è meno da rubare”.

Tangentopoli un golpe o una farsa?
“Di certo non un golpe, ma il PCI è stato bravo a dare tutte le colpe a PSI e DC pur avendone di grandi. I comunisti per 50 anni sono stati come il cane sotto il tavolo che sta a cuccia aspettando ossi e avanzi. In Italia non c’è mai stata opposizione e a Viterbo hanno sempre trescato con Fioroni”.

Chi è stato il miglior Sindaco di Viterbo?
“Non saprei. Gabbianelli ha fatto delle cose, ma mi sembra un ducetto con Via Marconi che è la sua via dell’Impero: è bella ma avrei speso i soldi diversamente. Però non saprei fare una graduatoria. Semmai posso dire quale è stato il peggiore”.

Chi?
“Fioroni che ha sempre fatto solo il gioco delle tre carte. Pure come Ministro ha fatto poco e niente. Certo, è intelligente, ma troppo teso a raggiungere i suoi scopi”

L’intervista finirebbe qui ma il Prof. Ercoli prima mi regala il film “Home”: “Lo faccia vedere a sua moglie e ai suoi figli, è importante per la tematica ambientalista”, mi fa. Poi parlando del Ruffini, nostra ex scuola (lui come insegnante, io come studente) si scaglia anche piuttosto bonariamente contro l’allora Preside Buzzi: “Mi querelò, tra l’altro, perché dissi che rubava lo stipendio. Gestiva la scuola come fosse una succursale del PLI. Fui assolto ma lì finì la mia esperienza a scuola”.

Questo è Osvaldo Ercoli: un vero ambientalista oltre la destra e la sinistra, senza peli sulla lingua, senza paura di farsi molti nemici: a partire da un big del centrosinistra come Peppe Fioroni.

Maurizio Makovec
makcomunevt@yahoo.it







OSVALDO ERCOLI: intervista Uscita sul Nuovo Corriere Viterbese

Nome: Osvaldo
Cognome: Ercoli
data di nascita: 30 gennaio 1930
dove: Valleranno (VT)
stato civile: coniugato con Maria Virgini; 3 figli e 6 nipoti.
titolo di studio: Laurea Scienze Matematiche alla Sapienza di Roma.
Militanza Politica: Fino agli anni ’70 nel Msi, poi nei Verdi per i quali è stato Consigliere Comunale a Viterbo e Provinciale.

Incontro il Professor Ercoli nello studio di casa sua nel primo pomeriggio di un sabato piovoso. Mi riceve con grande cordialità in camicia verde che quasi sembra un leghista, battuta che gli faccio.
Mai stato uno estimatore della Lega. Io sono da sempre, sin da ragazzo, un ambientalista convinto: quello dell’ecologia, del rispetto della natura e degli animali, è una tema che sento profondamente”, afferma.

Come Massimo Fornicoli, suo illustre concittadino.
È vero, so che spende gran parte del suo tempo in difesa e per la cura degli animali”.

Molti non lo sanno ma nel Movimento Sociale Italiano c’era una bella tradizione ecologica, soprattutto nell’area cosidetta rautiana. Quella che impazziva per il Signore degli Anelli, icona anche ambientalista di molte generazioni di giovani. 
“Altra importante verità: purtroppo la tradizione di destra ecologica si perse appena l’MSI si mise a tavola”.

Perché uscì dal partito?
Quando ci fu il referendum per il divorzio”.

Lei era favorevole?
Ovviamente! Per me la famiglia è fondamentale ed è importantissima nella mia vita. Ma come si può pensare che due persone se non vanno d’accordo devono per forza restare insieme tutta la vita? E’ un’assurdità”.

E invece Almirante si schierò contro il divorzio.
E già! La fece troppo grossa: si schierò con la DC, con Fanfani e la Chiesa. Mi dimisi scrivendogli una letteraccia”.

Una vicinanza pericolosa quella dell’MSI con la DC.
Altro che opposizione: a distanza di tanti anni si capisce bene. L’Msi, quando è servito, è sempre stato la stampella della Democrazia Cristiana purtroppo. Tante volte hanno votato per proteggere o assecondare Andreotti”.

Ma perché lei entrò nel Movimento Sociale?
Fondamentalmente per anticomunismo. Nel 1945-1946 vidi le loro malefatte, le loro violenze, la loro intolleranza, i loro soprusi anche in un paesino come Vallerano. Mio padre era morto, noi eravamo 5 figli abbastanza benestanti: ci davano sempre addosso, ci rubavano la notte…

Poi però militando nei verdi è stato alleato della sinistra e anche degli ex-comunisti.
Dopo, con gli anni, ho saputo distinguere tra comunismo reale e di pensiero. Oggi è tutto diverso anche se non digerisco quelli che al tempo appoggiarono le invasioni dell’Ungheria e della Cecoslovacchia. A cominciare da Napolitano”.

Chi erano i suoi compagni missini di allora?
Gemini, Soggiu, Gabbianelli, Signorelli…

Oggi tutti vicini alla destra berlusconiana.
Hanno preso la strada della politica di convenienza: francamente proprio non riesco a capire come facciamo a sostenere Berlusconi. Mi sembra una scelta contronatura”.

Non è mai stato sforato dall’idea?
Mai! Ma proprio mai. Per me è inconcepibile. Lo dico sinceramente: proprio non capisco come si possa sostenere una figura del genere”.

Con Gabbianelli fu Consigliere Comunale al tempo dei Verdi.
E lui faceva della belle e dure battaglie contro la DC, poi vedo che col tempo ha lasciato correre”.

Ora vota ancora?
Sempre. Spesso per i radicali e le loro liste”.

Perché?
Hanno le loro manchevolezze ma combattono sempre con serietà per problematiche civili  che sento molto”.

Perché in Germania i Verdi sono una realtà importante e decisiva della politica e in Italia no?
I Verdi in Italia sono come tutti i partitini: in fila per aspettare il loro pezzettino di torta. Per questo litigai con Bonelli inviando una lettera dimissioni”.

In che senso?
Per realpolitik: volevano che a Viterbo appoggiassi Fioroni. Per carità. Io che per 50 anni avevo combattuto il potere della DC. Gli risposi che se volevano fare la politica dei democristiani allora io non ci stavo più. Ma ci fu altra cosa che non mi andò giù”.

Ovvero?
Marino, il figlio dell’ex-prefetto. Volle fare il nostro portavoce. Per me andava bene. Poi scoprii dai giornali che dopo una politica di spartizione dei posti era stato nominato allo IACP in quota Verdi senza che io sapessi nulla. Mi arrabbiai: sia chiaro, non era poltrona che volevo per me, ma volevo almeno partecipare alla decisione su chi darla”.

Ora è iscritto ai Verdi?
No, sono iscritto al Partito Radicale Transnazionale: ne condivido le lotte e lo spirito non-violento”.

È favorevole alla legalizzazione delle droghe leggere?
Certo! E anche alla regolazione libera di quelle pesanti. È molto meglio e poi tutte le campagne proibizioniste sono state storicamente fallimentari e vanno solo a vantaggio della criminalità”.

Oggi voterà per i referendum?
Certo, 4 SI senza neanche pensarci: mi sembra così ovvio”.

Cosa farebbe per Viterbo se oggi fosse sindaco?
Per prima cosa gestirei la cosa pubblica come se fosse privata: con la stessa cura e attenzione, mentre in Comune spesso si tende a sprecare i soldi e a tirare a campare. Tra le varie cose poi farei la scala mobile da Faul al Duomo”.

E chiuderebbe il centro storico alle auto?
Si ma prima vanno fatti i parcheggi. Già se ne parlava quando ero consigliere comunale ma è stato fatto solo quello del Sacrario estemporaneamente perché veniva il Papa”.

Meglio la Prima o la Seconda Repubblica?
Non vedo grandi differenze. Ora ci sono porcherie più grosse perché c’è meno da rubare”.

Tangentopoli un golpe o una farsa?
Di certo non un golpe, ma il PCI è stato bravo a dare tutte le colpe a PSI e DC pur avendone di grandi. I comunisti per 50 anni sono stati come il cane sotto il tavolo che sta a cuccia aspettando ossi e avanzi. In Italia non c’è mai stata opposizione e a Viterbo hanno sempre trescato con Fioroni”.

Chi è stato il miglior Sindaco di Viterbo?
Non saprei. Gabbianelli ha fatto delle cose, ma mi sembra un ducetto con Via Marconi che è la sua via dell’Impero: è bella ma avrei speso i soldi diversamente. Però non saprei fare una graduatoria. Semmai posso dire quale è stato il peggiore”.

Chi?
Fioroni che ha sempre fatto solo il gioco delle tre carte. Pure come Ministro ha fatto poco e niente. Certo, è intelligente, ma troppo teso a raggiungere i suoi scopi

L’intervista finirebbe qui ma il Prof. Ercoli prima mi regala il film “Home”: “Lo faccia vedere a sua moglie e ai suoi figli, è importante per la tematica ambientalista”, mi fa. Poi parlando del Ruffini, nostra ex scuola (lui come insegnante, io come studente) si scaglia anche piuttosto bonariamente contro l’allora Preside Buzzi: “Mi querelò, tra l’altro, perché dissi che rubava lo stipendio. Gestiva la scuola come fosse una succursale del PLI. Fui assolto ma lì finì la mia esperienza a scuola”.

Questo è Osvaldo Ercoli: un vero ambientalista oltre la destra e la sinistra, senza peli sulla lingua, senza paura di farsi molti nemici: a partire da un big del centrosinistra come Peppe Fioroni.

Maurizio Makovec
makcomunevt@yahoo.it





lunedì 22 agosto 2011

Il gran premio motociclistico di Motegi e l'hara-kiri radioattivo


 
 

SAMEDI 20 AOÛT 2011

Il gran premio motociclistico di Motegi e l'hara-kiri radioattivo

L’inquietudine dei piloti motociclisti riguardo alla tenuta delgran premio di Motegi è pienamente e obiettivamente fondato. L’Aipri non può che sostenerli nella loro legittima richiesta di annullamento del gran premio. Il loro buon senso spontaneo trova riscontri scientifici incontrovertibili. E tremendo e lacerante risconoscerlo ma va esplicitato senza tanti giri di parole. Fukushima è il più grave incidente nucleare mai avvenuto e più grave del insieme degli incidenti civili mai avvenuti. Ingenti quantitativi di radionuclidi polverizzati sono stati immessi nell’atmosfera mondiale, ossia tonnellate in ognuna delle quali vi sono circa 18 kg di elementi di fissione e di attivazione "longevi" che rappresentano un potenziale ufficiale di 1 miliardo di dosi letali per inalazione, e una parte è ricaduta sul territorio nipponico. Il Giappone è oramai una zona radioattiva off-limit sia per via del deposito di infinitesimali particelle radioattive su praticamente tutto il territorio, anche se più marcato da Tokyo compreso in su, sia per il fatto della contaminazione cronica dell’aria alimentata dagli incessanti rilasci di Fukushima. Recarsi in Giappone significa esporsi tanto alla radioattivitàartificiale esterna quando alla molto ma molto più dannosa radioattività interna respirando, bevendo e mangiando fatalmente particelle ionizzanti. Non vi è più, coltura, bestiame, cibo, acque, incontaminato. Le morti improvvise, testimoniate dai blog, stanno incrementandosi in Giappone in maniera spaventosa, enorme, gli aborti spontanei sono in crescita, sintomi di malessere fisico generico si stanno diffondendo nella popolazione, ingenti tracce di radioattività sono state riscontrate nei bambini, i rilievi radiologici dei cittadini provano una pesante e diffusa contaminazione nell’intero paese. Nessuno esce dal Giappone senza aver incorporato la sua dose di radionuclidi artificiali il cui effetto patogeno si mostrerà nel tempo. Nessuno esce dal Giappone senza aver incrementato la probabilità di morire di tumore, di infarto, di leucemia e di tante altre malattie. I piloti fanno bene a voler starne alla larga. Fanno bene a voler tutelare la loro salute. Fanno bene a rifiutarsi al hara-kiri radioattivo.

Hiroshima to Fukushima, Finishing the Job

venerdì 12 agosto 2011

Intervista a QUARTO TRABACCHINI uscita su IL NUOVO CORRIERE VITERBESE



Nome: Quarto
Cognome: Trabacchini
Nato a Grotte S.Stefano il 2 agosto 1949
Stato Civile: vedovo di Gemma Piacentini, ex Consigliere Comunale alla quale è intitolato il circolo PD del Pilastro. Si sta rifacendo una vita con una nuova compagna.
Un figlio, Alessio, vignettista presso la Coniglio Editore.
Studi: Maturità Tecnica
Attività: Funzionario di Partito.

Quarto Trabacchini dopo uno paio di cortesissime telefonate mi riceve sabato mattina al Bar Dei del Pilastro. Arriva puntuale, è un sessantenne garbato e dai modi gentili con qualche chiletto di troppo, ma questi chi non ne ha? Si capisce che in zona e al bar è personaggio noto. In parecchi lo salutano. Ora, se ti aspetti il classico comunista che mangia i bambini, un Peppone focoso e incendiario, beh, hai sbagliato persona. Qualcuno direbbe che è un buonista, in realtà Trabacchini sembra più che altro una persona sensata e un grande diplomatico.

Quando inizia la sua attività politica?
"Dalla scuola. Mi avvicinai subito al PCI attraverso la FGCI".

L'Urss come terra promessa?
"No, francamente dell'Urss mi interessava poco. Vedevo nel PCI un mezzo per combattere le ingiustizie".

Eravamo verso la fine degli anni '60, quelli delle lotte studentesche.
"A Viterbo fui uno degli organizzatori ma sinceramente qui eravamo nella provincia profonda, il '68 arrivò tardi ed edulcorato".

Pochi scontri e poche risse dunque.
"Rifiuto l'idea del '68 come scuola di violenza: per la stragrande maggioranza dei giovani non lo fu. Personalmente non fui mai coinvolto in episodi di questo genere, semmai in qualche banale scaramuccia. A Roma, è vero, il clima era diverso, più infuocato, me ne ricordo bene perché spesso andavo alla manifestazioni".

A Viterbo la battaglia era più civile.
"Indubbiamente. La battaglia politica era si dura, ma a differenza di oggi si svolgeva con lealtà, senza colpi bassi e senza insulti".

C’era maggiore rispetto?
"C'era da parte del PCI, della DC e degli altri partiti un profondo rispetto delle Istituzioni che non veniva mai meno. Oggi invece, pericolosamente, non c'è più, soprattutto da parte di Berlusconi e del centrodestra! Ma la difesa delle Istituzioni spetta a tutti e anche il centrosinistra deve distinguere tra la lotta politica e la difesa delle Istituzioni in tutte le aree".

Chi furono le sue figure di riferimento dell'epoca nel partito?
"La militanza fu una grande lezione di vita. Ricordo in particolare l'Avvocato e Senatore Leto Morvidi, Luigi Petroselli, l'Onorevole Angelo La Bella, Gualtiero Sarchi, Assuero Ginebri e molti altri compagni".

Dopo esperienze da Consigliere Provinciale e Comunale nel 1987 lei viene eletto deputato a soli 38 anni.
"Ero uno dei più giovani. La decisione fu presa dal partito che mi appoggiò con vigore: c’erano allora le 4 preferenze".

Nel 1992 venne riconfermato.
"Fu molto più dura perché il collegio era quella volta tutto il Lazio e c'era la preferenza unica. Nessuno pensava che Viterbo, praticamente un quartiere di Roma, potesse eleggere un suo deputato, invece dopo una campagna elettorale difficilissima ci riuscii".

Una grande gratificazione.
"Dopo una bella lotta democratica. Per questo sono molto arrabbiato con la legge elettorale attuale che vede i Parlamentari scelti dalle segreterie dei partiti e non eletti. La responsabilità non è solo della Lega e del PDL, ma anche del centrosinistra".

Nel 1994 però non si ricandidò.
"Decisione del partito che non mi dispiacque. La mattina dopo ero in federazione a lavorare per Capaldi e Sposetti che furono selezionati al mio posto e che sono miei amici. E poi credo con fermezza nel rinnovamento: i passi indietro sono spesso necessari altrimenti negli stessi posti ci sono sempre le stesse persone".

Le manca la vita da Parlamentare?
"No. Tra la Camera ed il Consiglio Comunale avrei scelto quest'ultimo per avere maggior contatto con la città. Però ricordo con piacere la mia più bella esperienza da deputato: quella nella Commissione Esteri e al Consiglio Europeo di Difesa. Mi permise di conoscere molte realtà significative in Europa e nel Mondo".

E' vero che gran parte del vostro stipendio da Parlamentare andava al partito?
"Si, certo. Oggi credo che anche su questo punto ci sia stato un allentamento dei costumi".

Oggi per chi vota?
"Beh sono tuttora iscritto al PD e continuo la militanza politica con entusiasmo".

Non siete diventati un po' bacchettoni con questa storia del Bunga Bunga?
"Chi fa politica deve essere integerrimo e fare una vita specchiata. Ho sempre tenuto molto alla questione etica al di là di ogni moralismo".

Quale era la sua aria di riferimento nel partito?
"Era Berlinguer! E prima di lui era Luigi Longo che, lo dimentichiamo spesso, ma fu il segretario del PCI che aprì ai giovani del '68 portando il partito, con il famoso articolo di Rinascita, ad essere per loro un punto di riferimento di lotta ed impegno democratico".

Era favorevole alla svolta di Occhetto?
"No. Perché eravamo già da anni socialdemocratici, non mi piaceva l'iconoclastia esasperata ed il guardare avanti senza sapere bene dove. I fatti mi hanno dato ragione ma poco importa, mi interessano solo l'oggi e il domani".

E al PD?
"Si, ma nel PD ho lavorato alla terza mozione per farlo nascere dal basso sulla base dei comuni ideali tra sinistra e cattolici".

Ma allora lei non è un vecchio comunista mangiapreti?
"Macchè, mi hanno spesso definito cattocomunista, definizione che non mi pesa: alcuni miei maestri di vita sono stati dei sacerdoti. Anche se non sono un praticante".

Perché la sinistra non ha mai conquistato il Comune di Viterbo?
"Sicuramente per alcuni limiti nostri ma anche perché è una città estremamente conservatrice. Credo però che con le giuste alleanze il PDL si possa battere come è successo altrove. E poi l'assenza di ricambio non fa crescere le città e non risolve i problemi".

Giuste alleanze: anche con FLI?
"Se fossero disponibili non ci vedo nulla di male. La parabola del Berlusconismo è quasi arrivata alla fine. Bisogna che tutte le forze di sinistra e di centro si uniscano per voltare pagina sforzandosi di lavorare insieme sui programmi, le idee e la difesa delle istituzioni".

E SEL?
"La sinistra ha un enorme difetto: quando si divide vede come nemico chi le sta più vicino. SEL si sta muovendo bene. Vendola è molto bravo, lo conosco da anni, siamo stati insieme sotto le bombe a Sarajevo rischiando la vita".

Come giudica la segreteria di Bersani?
"Anche lui si sta muovendo bene: la strada è quella giusta e vedo con piacere che anche Di Pietro sta abbandonando certi toni. Vorrei solo si lavorasse di più alla costruzione, al rafforzamento, del PD che anche nella nostra provincia è più una federazione di gruppi e sottogruppi che un partito solido".

Chi voterebbe oggi a Napoli?
"De Magistris che appoggerei senza se e senza ma. Come vedo ha fatto giustamente il PD. Può essere un buon sindaco e poi il suo avversario ha padrini non raccomandabili come Cosentino".

Ce la farà Pisapia a Milano?
"Ha già fatto qualcosa di straordinario. Spero di si: è una persona per bene e di certo non è un estremista. E poi ha un forte legame con la città".

Chi sarà il vostro candidato sindaco a Viterbo tra due anni?
"Spero si facciano le primarie. Ho delle idee ma ora le tengo per me".

Fioroni?
"Può essere ma potrebbe anche essere persona del PD o di SEL. Le primarie decideranno: la destra ha un padrone, noi no".

Cosa pensa di Marini Sindaco e Deputato?
"E' una grande ingiustizia: il Sindaco dovrebbe essere 24 ore al servizio della città ed il Parlamentare 24 ore al servizio del paese".

Di cosa ha urgente bisogno Viterbo?
"E' una città che non cresce: Ci vogliono politiche di sviluppo e occupazione. Invece il Centro Storico non si affronta, le Terme non si affrontano, l'Urbanistica e la crescita armonica della città non si affrontano, l'Expo non si affronta! I Trasporti sono disastrosi. Auspico che tutte le forze politiche, sociali, sindacali, associative e le istituzioni si mettano insieme per lo sviluppo della città e per renderla anche più vivibile alle categorie svantaggiate".

Però voi avete gestito l'APT e la Provincia ma per il Turismo nella Tuscia non è stato fatto molto.
"E' vero e dovremmo fare tutti un'analisi profonda della situazione, riconoscendo i limiti che ci sono e ci sono stati. Il turismo può essere per il territorio una grande opportunità, va fatta promozione e va messo al centro del discorso politico. Come è stato fatto in Umbria e Toscana dove Regione ed Enti locali hanno lavorato in sinergia".

Un'ultima battuta. Ascenzi su questo giornale ha dichiarato che tangentopoli è stato un complotto tra PCI e certi magistrati. E' d'accordo?
"Stimo Ascenzi ma stavolta ha detto una fesseria. Come ancora oggi ne dice tante Berlusconi sull'argomento".

L'intervista è finita e Quarto Trabacchini si accende l'ennesima MS: per fortuna siamo seduti all'aperto.



Maurizio Makovec
makcomunevt@yahoo.it